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Scuola Formazione

Utente VBMM01700A-psc

da Vbmm01700a-psc

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“Ho imparato a non sottovalutarmi”

“Ho capito come si sta al mondo”

“Un punto basso della mia vita: la solitudine”

“Mi è piaciuto aiutare il prossimo”

“Se voglio qualcosa devo sudare per averla”

“In ogni lavoro si fatica”

Si conclude oggi l’esperienza della Scuola Formazione presso l’Enaip di Domodossola con un lavoro di presentazione da parte dei ragazzi di alcune riflessioni sul percorso svolto.
Belli, simpatici, svegli.
Uno dei nostri “eroi” è arrivato con 1 ora e 10 minuti di ritardo… ma ci teneva ad arrivare. Lo abbiamo aspettato. È arrivato trafelato, ha esposto quanto doveva dire e si è scusato per il ritardo. Come un uomo.
Le mie riflessioni personali sull’esito di questa esperienza sono positive.
Scuola Formazione è un percorso pensato per studenti che, a tratti, si sentono diversi dagli altri. Ragazzi che spesso si portano addosso etichette ricevute troppo presto.
Tutti hanno sottolineato quanto faccia male accumulare voti negativi già dalle elementari.
Come un cane che si morde la coda, il loop diventa infinito: meno impegno, meno soddisfazioni, più rabbia e frustrazione, più insofferenza.
Forse il contesto familiare, forse la mancanza di strumenti personali, forse tante cose insieme mettono poi il proprio zampino.
Io penso che esperienze così servano.
Servano innanzitutto a loro: provare un mestiere, sperimentare, fare il gelato o qualsiasi altra attività concreta aiuta a costruire un pezzo di strada in un futuro che, come per tutti, resta ancora pieno di incognite.
Alle superiori ho letto un libro che mi è rimasto dentro: “Cani perduti senza collare” di Cesbron.
Mi ha sempre affascinato il giudice Lamy, capace di guardare oltre gli errori e oltre le apparenze, cercando prima di tutto la persona.
E forse oggi ho capito ancora di più una cosa: che molti ragazzi non hanno bisogno di qualcuno che li “sistemi”, ma di adulti che non li definiscano troppo presto.
Perché dietro certi silenzi, certi ritardi, certe provocazioni o certe insufficienze, spesso non c’è disinteresse. C’è fatica. C’è sfiducia. A volte c’è persino vergogna.
E allora il mio compito, come docente, forse è anche questo: continuare a vedere possibilità dove altri vedono solo problemi.
Aspettarli, qualche volta. Crederci, anche quando loro non riescono ancora a farlo.
Certo il contesto scuola/classe non aiuta sempre.
Ci sono tante persone diverse insieme, programmi da portare avanti, tempi stretti, dinamiche complicate e una scuola che spesso corre più veloce delle fragilità che incontra.
E forse proprio per questo esperienze come questa hanno valore.
Perché ricordano anche a noi che non tutti i percorsi sono lineari, non tutti maturano allo stesso modo e non tutti riescono a mostrare subito quello che valgono.
Torno a casa con la sensazione che, dietro alcune maschere difficili da gestire, ci siano ragazzi che chiedono soprattutto di essere guardati senza essere già giudicati.